mercoledì, 13 giugno 2007

Therapy


Il bicchiere è caduto in terra, frantumandosi.

Subito ho iniziato a raccogliere i frammenti di vetro a mani nude.

Uno ad uno.

Lentamente.

D’improvviso mi sono ritrovata a stringerne uno tra le dita, con una forza che non credevo di avere ancora. Il vetro è affondato nella carne viva, e del sangue ha cominciato a scivolare sul palmo della mano.

Lentamente.

Per qualche minuto  l’ho guardato scorrere, senza tentare di fermarlo, di tamponarlo in alcun modo. Poi ho portato la mano alla bocca e ne ho leccato via un po’. E’ stato strano e meraviglioso ritrovarne il sapore.

Sono viva, mi sono detta.

Viva, nonostante tutto.

Quindi ho girato la testa con uno scatto rabbioso, facendo scivolare via il foulard. Quello rosa a righe blu, ultimo regalo di mio marito.

Che orrore.

Ho deciso di lasciarlo lì in terra.

Che m’importa se ho perduto i capelli?

Intanto, il sangue in caduta libera ha preso bene la mira, centrando giusto la punta dei miei sandali bianchi. 

Così, ho allontanato lentamente la mano dal viso, aiutando il sangue a deviare sul parquet il suo corso inarrestabile.

 

Non credo d’aver mai fissato qualcosa con tanta avidità.

Scarlatto, fluido, veloce, ancora mi appartiene.

Non l’ho dato via, o almeno non del tutto, in analisi e responsi senza speranza.

E’ ancora mio.

 

Ma poi è scoccata l’ora del pranzo e la badante è entrata col solito brodino leggero, senza bussare.

Il vassoio, cadendole dalle mani, ha dato un rumore d’inferno.

Così a malapena ho udito le sue parole incomprensibili.

Anche questa donna, come le altre che abbiamo preso a servizio, viene da qualche angolo remoto della Terra e ancora non parla bene la nostra lingua.

Però, non ho avuto bisogno di traduzioni per leggere il terrore nei suoi occhi.

Urlando, la poverina ha indicato la mia  mano ferita, i frammenti di vetro in terra, le macchie di sangue sui vestiti.

Ha fatto come per avvicinarsi, per poi indietreggiare di nuovo temendo, probabilmente, di ferirsi a sua volta. 

Infine, s’è voltata ed ha iniziato a fare voci dalla porta spalancata.

 Non c’è da stupirsi se non sia riuscita a sentirmi, mentre cercavo di calmarla, di rassicurarla.

Basta, cara.

Piantala.

Tu non puoi saperlo, non puoi neppure immaginarlo. E forse neanche ci credi ma anche questa…

Anche questa è terapia.