Therapy
Subito ho iniziato a raccogliere i frammenti di vetro a mani nude.
Uno ad uno.
Lentamente.
D’improvviso mi sono ritrovata a stringerne uno tra le dita, con una forza che non credevo di avere ancora. Il vetro è affondato nella carne viva, e del sangue ha cominciato a scivolare sul palmo della mano.
Lentamente.
Per qualche minuto l’ho guardato scorrere, senza tentare di fermarlo, di tamponarlo in alcun modo. Poi ho portato la mano alla bocca e ne ho leccato via un po’. E’ stato strano e meraviglioso ritrovarne il sapore.
Sono viva, mi sono detta.
Viva, nonostante tutto.
Quindi ho girato la testa con uno scatto rabbioso, facendo scivolare via il foulard. Quello rosa a righe blu, ultimo regalo di mio marito.
Che orrore.
Ho deciso di lasciarlo lì in terra.
Che m’importa se ho perduto i capelli?
Intanto, il sangue in caduta libera ha preso bene la mira, centrando giusto la punta dei miei sandali bianchi.
Così, ho allontanato lentamente la mano dal viso, aiutando il sangue a deviare sul parquet il suo corso inarrestabile.
Non credo d’aver mai fissato qualcosa con tanta avidità.
Scarlatto, fluido, veloce, ancora mi appartiene.
Non l’ho dato via, o almeno non del tutto, in analisi e responsi senza speranza.
E’ ancora mio.
Ma poi è scoccata l’ora del pranzo e la badante è entrata col solito brodino leggero, senza bussare.
Il vassoio, cadendole dalle mani, ha dato un rumore d’inferno.
Così a malapena ho udito le sue parole incomprensibili.
Anche questa donna, come le altre che abbiamo preso a servizio, viene da qualche angolo remoto della Terra e ancora non parla bene la nostra lingua.
Però, non ho avuto bisogno di traduzioni per leggere il terrore nei suoi occhi.
Urlando, la poverina ha indicato la mia mano ferita, i frammenti di vetro in terra, le macchie di sangue sui vestiti.
Ha fatto come per avvicinarsi, per poi indietreggiare di nuovo temendo, probabilmente, di ferirsi a sua volta.
Infine, s’è voltata ed ha iniziato a fare voci dalla porta spalancata.
Basta, cara.
Piantala.
Tu non puoi saperlo, non puoi neppure immaginarlo. E forse neanche ci credi ma anche questa…
Anche questa è terapia.








