The end?
Per questo, questo, e quest'altro motivo dunque... non sapremo come andrà a finire. Non sapremo se lei c'entra qualcosa o meno, e con cosa poi. Peccato, ma anche no. Ognuno può immaginare il finale, se ne ha voglia. Se non ha nient'altro di meglio da fare. Nulla da leggere. Niente satellite. E poca voglia di guardare l'ennesima fiction di sessomafiofila...
I fatti di cronaca nera degli ultimi giorni mi danno da pensare.
Cerco di chiuderla quella pagina di giornale.
Ma poi, me lo dico lo stesso. Che il male ha un fascino sottile.
E può far molto di più di due gambe accavallate.
Anche se affusolate, lunghe, quasi infinite.
Ma non c'è storia, nè paragone. Il male ha un fascino sottile.
Di quelli che non si lasciano capire.
Di quelli che passi accanto, e fai finta di non guardare.
Ma vorresti toccare, e Dio solo sa quanto.
Di quelli che è meglio nasconder tutto sotto il letto, o sotto il tappeto.
Quello persiano, pesantissimo e polveroso, che nessuno sposta mai.
Poi però, arriva il tempo dei sospiri. Di sollievo o sofferenza, non importa.
Conta solo che il petto si sollevi, che la camicetta lasci intravedere il necessario, che i capelli siano lisci, anche se è tanto umido e caldo là fuori.
Manca un'ultima cosa però, perchè tutto sia perfetto.
Perchè la recita sia veramente riuscita.
La mano che stringe forte la tua, e che sembra dire mi dispiace.
Che ci creda, o no. Cosa conta?
Basta che in fondo ai tuoi occhi, nessuno guardi mai.
Io, per non sbagliare, non ho tolto gli occhiali scuri.
Neanche per un attimo.
Ogni tanto scivolano sulla punta del naso, è vero. Ma senza pietà, io li respingo. Con un colpo secco.
Che facciano il loro dovere.
Non come le lentine, che scivolano e annegano in un angolo degli occhi solo perchè ho esagerato con le lacrime artificiali.
Poco prima del funerale, papà mi ha vista con la boccetta in mano e mi ha chiesto: ma non ne hai, di tue? Non piangi?
No, quelle vere non escono, non vogliono saperne.
Poi ho avuto paura. Che lui avrebbe pensato male.
Invece.
Indietro, con la testa, m'ha detto, da brava. Ed ora apri bene...
E poi, anche durante tutta la funzione, papà mi è stato vicino.
Puzzava di pino silvestre, ma ho resistito. E poi, quel gridolino è venuto fuori.
Nessuna soddisfazione, però: sono ormai un’attrice consumata.
Solo un altro colpo secco. Agli occhiali sul naso. Ai ricordi. Al piede dello sciagurato che con le scarpe sporche di fango, ha sfiorato le mie ballerine di camoscio.
Ma poi gli ho ficcato gli occhi addosso, e le unghie nella carne.
Non che le cravatte viola mi facciano impazzire, ma un braccio saldo era tutto ciò di cui avevo bisogno. Considerando che papà era stato arpionato dalla zia.
Da parte mia, non un cenno, nè uno sguardo, solo una lieve carezza alla sua manica misto lino.
Ma ho subito memorizzato nome, ed odore in un angolo del cervello: quello che in genere riservo alle belle sorprese.
E così, quasi senza rendercene conto siamo giunti al terzo salmo, quarto rigo, decimo versetto.
Parole impastate di non so nemmeno cosa: un misto di lacrime, retorica e gorgonzola della festa di paese.
E poi, i pezzi di mia cugina montati assieme, un po’ a caso.
(Ma da circa due lustri, si sa, don Nutini sfoggia occhiali doppi e una frangetta notevole)
E piena, piena di amici! Circondata solo da persone che le volevan tanto bene!
Davvero antipatico, quando la saliva ti va di traverso, quando sceglie percorsi alternartivi, quando parte per la tangente.
Ho cercato, per due minuti buoni, di richiamarla all’ordine, di impedirle di sterzare.
E niente hanno potuto i palpeggiamenti di Marco, travestiti da innocenti colpetti lungo la schiena.
Me l’aveva detto la mamma che un giorno me ne sarei pentita. Che le donne nude non si devon guardare.
Ma finchè non si son smagliate le calze, no, io non ho voluto ammetterlo.
La terza zolla di terra era in caduta libera, e prudeva tanto, proprio lì.
Le unghie non c’hanno fatto caso, le calze non eran poi di quelle pesanti...








Gandhi